Calano le condivisioni personali su Facebook: collasso dei contesti o mutamento di natura della piattaforma?

Di recente alcuni dati interni resi pubblici da The Information e Bloomberg rivelano un calo delle condivisioni di dati e aggiornamenti personali su Facebook del 21% in un anno. Gli esperti dell’azienda e lo stesso Zuckerberg pare abbiano usato il termine “context collapse” per definire la situazione. Il termine, noto più ai sociologi dei nuovi media, in realtà è stato coniato dalla ricercatrice danah boyd, proprio studiando Friendster e Facebook, già nel lontano 2008. Forse, quindi, più che a questo il declino (se reale è) potrebbe essere imputato ad un mutamento di natura della piattaforma online più popolata al mondo: l’incremento enorme dei contenuti editoriali e delle news pubblicate (che Facebook ha favorito in tutti i modi) produrrebbe un cambiamento nella percezione che ne hanno i suoi utenti, sempre più come luogo di informazione e divertimento e meno di condivisione e interazione personale. Ciò ne  indebolirebbe la funzione social originaria, facendola migrare ad altri siti ( app soprattutto) più “privati” .

 

Calo delle condivisioni su Facebook: solo “collasso dei contesti”?

Un report aziendale interno, ripreso dai due siti di news americani, sembra rilevare come, tra la metà del 2014 e la metà del 2015, le condivisioni siano calate del 5,5%, in generale, quelle riguardanti contenuti personali però ben del 21%. Quindi ad essere diminuite più vistosamente non sono tanto le condivisioni di news e di contenuti esterni quanto proprio gli aggiornamenti personali. Se questo dato fosse vero indicherebbe un cambiamento di approccio degli utenti verso la piattaforma che Zuckerberg e colleghi avrebbero imputato al fenomeno noto come “collapsed context” (collasso dei contesti). Con questo termine si riferirebbe alle modalità in cui gestire la propria identità in spazi sociali ‘mediali’ in cui contesti normalmente tenuti separati vengono a trovarsi improvvisamente insieme.  Questo fenomeno, che risale agli studi sull’identità dei sociologi Erving Goffman e Joshua Meyrowitz, è stato ripreso dalla sociologa e studiosa dei social media danah boyd fin dalle sue ricerche nel 2008 su Friendster (l’antenato di facebook) per definire la situazione presente sui social networks*. In altre parole gli utenti perderebbero il controllo sul contesto a causa della mancata sovrapposizione tra  l’audience immaginata (da loro nel produrre il messaggio) e quella reale (cioè quella più ampia che potenzialmente potrà vederlo). Da questo fenomeno discenderebbero, ad esempio, le difficoltà dei giovani che si ritrovano parenti, genitori e magari professori tra gli ‘amici’ e che, quindi, vedono ‘collassare’ contesti (scolastico, familiare, dei pari) che nella vita reale tengono accuratamente separati. L’ignoranza delle conseguenze negative derivanti dalla pubblicazione sul social di informazioni personali può provocare, inoltre, danni alle relazioni personali e professionali (dalla perdita di amicizie fino agli atti di bullismo, perdite finanziarie e del posto di lavoro).

Tuttavia questo fenomeno era presente, come si è visto, fin dalla nascita dei social networks in quanto insito nella loro stessa natura che spinge ad accrescere i contatti e, quindi, l’estensione del mondo sociale di ogni iscritto. Facebook sta già cercando di reagire continuando a stimolare le condivisioni e le interazioni degli utenti (si pensi alle recenti introduzioni della funzione Accadde Oggi, delle Reactions o dei Live Video). Tuttavia quello che è cambiato è proprio il panorama della comunicazione online. Mentre Facebook cresceva sempre di più sono nati e hanno acquisito sempre maggiore popolarità e successo molti altri siti e applicazioni basate sulla condivisione e sull’interazione. Whatsapp, Instagram (entrambe acquisite non a caso da Zuckerberg), Snapchat, Vine, Tumblr, Pinterest sono solo alcuni dei tanti siti e app che consentono agli utenti di scambiare contenuti e informazioni personali in maniera istantanea e, soprattutto nel caso della messaggistica istantanea, più privata. I messaggi di testo, foto e video inviati su Snapchat sono visualizzabili solo per un certo numero di secondi e poi vengono cancellati e non è un caso se anche il gigante Whatsapp abbia da poco introdotto la crittografia dei messaggi intercettando il bisogno di privacy dei suoi utenti. Pertanto, forse, i naviganti iniziano ad utilizzare strumenti differenti in grado di garantire un controllo maggiore sui destinatari dei messaggi per la condivisone dei contenuti e delle informazioni più personali. In un mondo che comunica sempre di più e in ogni momento stiamo imparando, e dobbiamo imparare, a gestire e a proteggere meglio la nostra identità e le nostre informazioni.

 

*Boyd (2008d) parla di mancata sovrapposizione tra l‟audience immaginata e quella reale (invisible audience); di „collasso dei contesti‟(Collapsed Context) e di perdita di distinzione tra pubblico e privato causata dal mancato controllo sul contesto (The blurring of public and private).

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Instant Articles e Google AMP: il futuro della fruizione dei contenuti?

Gli accessi da mobile si moltiplicano e superano in molti casi quelli da pc. In questo contesto anche la fruizione dei contenuti sta cambiando: rapidi e veloci da caricare, cross device (ovvero capaci di essere letti su diversi dispositivi) e basati sulle immagini. La content strategy si fa sempre più mobile e i siti non responsive stanno progressivamente scomparendo. Facebook e Google, come sempre, si adattano e anticipano i nuovi trend online fornendo nuovi strumenti: Instant Articles del primo e Accelerated Mobile Page il secondo.

 

Facebook Instant Articles  per tutti

Il 17 febbraio Facebook ha annunciato che a partire dal 12 aprile Instant Articles sarà disponibile per tutti. Ma come funziona questo strumento e quali conseguenze avrà sulla fruizione dei contenuti? Il sito ufficiale lo spiega chiaramente: un sistema che velocizza il tempo di caricamento (in particolare da mobile) dei link aperti su Facebook (articoli, video ecc). I contenuti, quindi, si caricheranno anche 10 volte più velocemente rispetto all’originale. Tutti dovrebbero beneficiare da questa collaborazione: gli editori che manterranno il controllo dei contenuti pubblicati, dell’advertising (decidendo o meno se appoggiarsi al supporto di Facebook), dei dati; gli utenti che sperimenteranno un’esperienza di fruizione molto più agile e veloce; e infine il sito social perché i contenuti verranno raggiunti senza mai lasciare la piattaforma. I timori, però, permangono da parte di chi paventa la fine del web come lo conosciamo fagocitato dall’immenso social network.

 

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Tuttavia Facebook, per fortuna, non è il solo attore a muoversi su questo scenario e, infatti, la risposta di Google non si è fatta attendere…

 

Google AMP: la risposta del colosso del web

Anche il colosso di Mountain View lavora da sempre per migliorare l’esperienza dell’utente. Accelerated Mobile Page è la soluzione offerta per migliorare il caricamento lento delle pagine web da mobile in particolare se ricche di contenuti multimediali (foto e video). Si tratta di un codice open source che chiunque può usare sulle proprie pagine per renderle più veloci da caricare fino all’85%.

L’obiettivo dei due giganti del web è lo stesso: migliorare l’esperienza e, quindi, la soddisfazione degli utenti e monetizzarla attraverso l’advertising. Per ora si tratta di due progetti che cercano di attirare gli editori (quotidiani e blogger) promettendo maggiori visualizzazioni e guadagni ma, indipendentemente dal loro utilizzo o meno, la velocità è sempre più sinonimo di siti web efficaci  se si vuole emergere nel panorama informativo attuale che impone tempi sempre più rapidi e riduce l’attenzione disponibile dei lettori online e offline.

Safer Internet Day 2016: fai la tua parte per un Internet migliore

“Play your part for a better Internet!”: questo lo slogan della Giornata mondiale per la sicurezza in Rete (#SID2016), istituita e promossa dalla Commissione Europea fin dal 2004, che si è celebrata, in oltre 100 paesi in tutto il mondo, lo scorso 9 febbraio. In Italia i giovani sono stati al centro dell’iniziativa con i workshop organizzati nelle scuole per informare i ragazzi sui pericoli della rete e la campagna contro il cyberbullismo lanciata con l’occasione dal Miur. Eurostat, inoltre, ha pubblicato alcuni dati in anteprima sulla sicurezza online dei cittadini europei.

 

Adolescenti sempre connessi con le chat

Una giornata per promuovere un uso più consapevole del Web specialmente tra i più giovani in quanto tra i suoi più attivi frequentatori. E’ quanto emerge dalla ricerca commissionata da Telefono Azzurro Onlus, in collaborazione con Doxakids, sui comportamenti degli adolescenti online e dei loro genitori spesso inconsapevoli dei rischi che si nascondono in rete. L’indagine è stata condotta su 600 ragazzi (12-18 anni) e 600 genitori (25-64 anni). I risultati rivelano che:

  • I giovani italiani sono online precocemente, prima dei 14 anni. Infatti quasi 1 su 2 (48%) si è iscritto a Facebook prima del compimento dei 13 anni (limite di età minino sul social network) e il 71% possiede in media uno smartphone già dagli 11 anni.
  • Il 25% (1 su 4) è sempre online mentre il 45% si connette più volte al giorno
  • Ben il 78% chatta continuamente su WhatsApp

Proprio quest’ultima è la piattaforma preferita dai più giovani (90%), ancora più di Facebook (64%), Instagram (61%) e Youtube (58%). Una minoranza di giovanissimi poi  è a rischio di dipendenza:  1 su 5 è afflitto da ‘vamping’: si sveglia durante la notte per controllare i messaggi arrivati sul proprio cellulare mentre il 17% non riesce a staccarsi dal proprio smartphone.

Inoltre il 73% dichiara di frequentare siti porno e, in minor misura, 1 su 10 conosce qualcuno che avrebbe fatto sexting (dalla crasi di sex e txting), ovvero la pratica di inviare messaggi o immagini dai contenuti sessualmente espliciti via chat o comunque tramite piattaforme online.

Da una indagine analoga affidata da Generazioni Connesse a Skuola.net e all’Università degli Studi di Firenze emerge inoltre che, se pure consapevoli dei rischi per la privacy e impauriti dai bulli digitali (più di 1 su 10 ne sarebbe stato vittima e il 32% ne avrebbe timore) , la maggioranza degli adolescenti sottovaluta ancora i pericoli insiti nel cyberbullismo se 1 su 10 lo banalizza a semplice scherzo e solo l’8% ammette di averlo fatto intenzionalmente.

Da questi dati emerge come ci sia molto da fare per accompagnare i giovani utenti ad un uso consapevole della rete a partire dall’educazione dei genitori che in gran parte ancora non conoscono tali pericoli (3 su 4 ignorano cosa sia il sextig e 1 su 10 il cyberbullismo).

 

La sicurezza online dei naviganti europei

In occasione del Safer Internet Day Eurostat ha pubblicato alcuni dati sulla sicurezza online dai quali emerge come i cittadini europei siano ancora soggetti a problemi di questo tipo. Il 25% ha sperimentato virus, accessi di minori a siti inappropriati, violazioni della privacy ecc, mentre il 24% degli italiani è stato vittima di attacchi informatici. Ciò limita ancora alcune attività online come l’ecommerce (evitato dal 25% degli italiani) e l’eBanking (dal 24%) o l’uso del wi fi fuori dalla propria abitazione per timore di violazioni e attacchi (19%).

Una situazione che la Ue sta cercando di migliorare consapevole di quanto la fiducia sia l’elemento chiave per la realizzazione di un vero Mercato Unico Digitale.

Eventi come il Safer Internet Day, quindi, sono importanti per cercare di promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi in rete ma soprattutto un uso più consapevole di quello che è e rimane solo uno strumento i cui risultati dipendono in gran parte dalle intenzioni di chi lo usa.

Leggi l’articolo originale su Ferpi.it http://www.ferpi.it/safer-internet-day-per-un-web-migliore/

Content Curation: una strategia in 5 step

 

In questa epoca di information overload la content curation diventa essenziale se si vuole essere visibili e attrarre attenzione. Curata ha raccolto in una utile infografica i 5 step per farla al meglio.

 

Content curation: cos’è

Anzitutto ricordiamo il significato di questo termine che riguarda il processo di classificazione delle risorse in rete. Infatti si fa content curation “quando un individuo (o un team ) trova, organizza, annota e condivide in maniera coerente i contenuti digitali più rilevanti e di maggiore qualità relativi ad un certo tema per il proprio target” (Curata). Secondo uno studio di Curata i responsabili di marketing trarrebbero da questo processo il 25% dei contenuti pubblicati (la maggior parte sono contenuti creati, quindi, nuovi e originali). Ma come svolgerlo al meglio, per trarre dall’immenso ricettacolo di materiali presenti online materiali utili ai nostri scopi? Ecco una possibile strategia in 5 mosse per non sbagliare…

  1. Definire gli obiettivi

Per prima cosa è necessario (come in qualsiasi strategia) partire dagli obiettivi. Ovvero da ciò che ci proponiamo di raggiungere facendo content curation. Tra i più comuni: costruire o accrescere la consapevolezza, e quindi, la riconoscibilità del proprio brand; divenire un punto di riferimento informativo su uno specifico tema o settore; stimolare il dibattito e quindi l’interazione ecc.

  1. Scegliere l’argomento e Ricercare le fonti migliori

Una volta definito l’obiettivo è necessario scegliere il tema/argomento che meglio ci consentirà di raggiungerlo. Tre sono gli elementi da considerare secondo Curata: scenario dei competitors (benchmarking), panorama dei contenuti e interessi del proprio target. Incrociando questi elementi si potrà rilevare così quell’argomento che soddisfi la curiosità e le esigenze del target, sia sufficientemente presente e trattato in rete e non sia già predominio dei propri competitors.

Successivamente sarà bene stilare un elenco delle fonti informative da cui trarre i contenuti. Meglio ricorrere a risorse differenti in modo da avere una quantità maggiore di spunti e di punti di vista. A tal fine si può, e si dovrebbe, spaziare tra:

-pubblicazioni commerciali

– Twitter (monitoraggio di liste specializzate e/o di account specifici)

-LinkedIn Pulse

-blog aziendali

-Riviste scientifiche

-newsletter

  1. 3. Curare i contenuti selezionati

Qui viene la parte forse più importante. Infatti una volta selezionato il tema e le fonti è necessario organizzare in modo coerente e originale i contenuti. Come?

-Per prima cosa decidendo ogni quanto tempo svolgere questa attività (almeno una volta alla settimana per il 48% dei responsabili di marketing).

-Poi bisogna scegliere contenuti che siano: originali, rilevanti, credibili, unici, diversi e capaci di convalidare o indebolire una certa tesi.

-Infine gli elementi che non devono mancare in un post ‘curato’ perfetto sono: un nuovo titolo, un commento, il riferimento all’autore originario completo di link, una citazione tratta dall’articolo originario,  e una call to action che fornisca informazioni aggiuntive per accrescere le conoscenze del proprio target su quel tema.

4.Condividere su diversi canali

Ci sono diversi modi per diffondere i contenuti che sono stati selezionati, classificati e organizzati. Tra questi: un microsito dedicato, la newsletter, news pubblicate sul sito, feed rss, post sui social media. L’ideale è utilizzare più canali per raggiungere nel modo più completo possibile la propria audience.

  1. Analizzare i risultati

Infine molto importante analizzare costantemente i risultati raggiunti con questa attività per migliorare le prestazioni e il processo stesso. Svariate le metriche che possono essere utilizzate a questo scopo: crescita dei follower/ fan/ iscritti, frequenza delle visite, tasso di click through, visualizzazioni sulla pagina, tempo di permanenza sulla pagina o sul sito ecc.

Qui sotto l’infografica completa a e il link all’articolo originale su Ferpi http://www.ferpi.it/content-curation-una-strategia-in-5-step/

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L’importanza dei contenuti visual

Se ancora non ne fossimo convinti ecco in questa utile infografica riuniti tutti i motivi che rendono la creazione di contenuti visivi di qualità un ‘must’ irrinunciabile per chiunque voglia catturare l’attenzione e sviluppare l’interazione online.

Mirko Benini ha raccolto in questa utile infografica  una serie di dati che mostrano e confermano l’importanza di inserire contenuti visivi nelle pianificazioni editoriali di aziende, brand e organizzazioni. Le immagini, infatti, hanno effetti diretti sui processi cognitivi che più interessano chi si occupa di comunicazione e di gestione delle relazioni ovvero percezione, attenzione e interazione.

 

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Percezione

Le immagini sono innanzitutto più facili da elaborare per il nostro cervello. Infatti vengono processate in meno di 0,01 secondi ovvero 60.000 volte più velocemente del contenuto testuale.

La combinazione corretta di testi (aggiungerei originali) e di immagini (di qualità) è vincente nel catturare l’utenza potenzialmente interessata a quei contenuti. Informazioni grafiche e testuali risultano più efficaci del 323% rispetto alle sole informazioni testuali. Accompagnare, quindi, un testo descrittivo/informativo con una immagine esemplificativa ne amplifica la capacità esplicativa.

 

Attenzione

Proprio perché facilmente e rapidamente percepite immagini e infografiche riescono a catturare l’attenzione più di quanto riesca a fare un testo. Infatti sembra che gli utenti in media leggano solo il 28% di un testo durante una visita web (meno di un terzo). Le immagini però possono aumentare l’interesse alla lettura ben dell’80%, garantendo il 94% in più di visualizzazioni a quei contenuti accompagnati da elementi grafici.

 

Coinvolgimento e interazione

Infine, ma non certo per importanza, i contenuti visivi generano maggiore propensione al coinvolgimento dell’utente. Immagini e infografiche belle e utili spingono alla condivisione e possono diventare virali producendo molto traffico per il proprio sito web.  Sulle piattaforme social ciò è ancora più vero: su Facebook le campagne che usano elementi visual ottengono circa il 65% in più di coinvolgimento; già secondo studi effettuati nel 2013, i tweet contenenti immagini ricevono il 18% in più di click, l’89% in più di preferiti e, addirittura, il 150% in più di retweet (fonte Bufferapp); infine l’app mobile Instagram che si fonda sui contenuti visivi presenta percentuali di coinvolgimento degli utenti molto superiori alla media degli altri social (fonte eMarketer).

http://www.ferpi.it/limportanza-dei-contenuti-visual/

I trend della comunicazione digitale nel 2016

Il nuovo anno è appena iniziato ma possiamo provare a predire le prossime novità che ci aspettano nella comunicazione online e sui social network in particolare.

Mobile

Il mobile internet si è imposto come uno dei trend più interessanti della comunicazione online e non può che continuare così. L’Italia in particolare risulta, secondo una recente ricerca di Ofcom, il primo paese europeo (rispetto a Francia, Germania, Italia, Spagna e  Regno Unito) come concentrazione di dispositivi mobili e accesso al web da mobile. I dati indicano, infatti, come nel nostro paese il 51% degli utenti acceda da mobile (rispetto al 30% di UK e il più alto in Europa) superando così il desktop.

Ciò significa che oggi pensare un sito che non sia responsive e, quindi, leggibile, usabile e fruibile da smartphone e tablet non è più pensabile in particolare se ci si rivolge ad una target giovane.

 

Social commerce o meglio app commerce

Il commercio digitale online è oramai un fenomeno affermato e sempre più diffuso anche in Italia. Una delle ultime tendenze del 2015 che pare destinata a crescere anche nel nuovo anno è, però, la compravendita di prodotti e servizi tramite app di messaggistica istantanea. Inizialmente usate dalle aziende per il supporto ai clienti si sono rivelate un sistema per effettuare prenotazioni ed acquisti in modo veloce, facile e sicuro. D’altra parte nel 2015 l’utilizzo complessivo delle app a livello mondiale è cresciuto del 58% ( cfr. Flurry). Tra queste le app di messaggistica e quelle di news sono tra le più utilizzate (si pensi solo a WhatsApp). Facebook, come al solito, ha intuito e cavalcato questo fenomeno grazie alle partnership avviate tra Messenger (che a dicembre ha raggiunto il traguardo degli 800 milioni di utenti) con alcune aziende retailer Usa.

Pubblicità sempre più automizzata e su misura

Il cosiddetto programmatic advertising si sta imponendo come metodo pubblicitario online e, nel 2016, probabilmente conquisterà anche il mercato dei media tradizionali. Marchi e aziende si stanno convincendo che pagare per il pubblico (il target) invece che per la posizione degli annunci è molto più efficace e redditizio. Attualmente è possibile far apparire in modo automatico annunci mirati al pubblico potenzialmente interessato che letteralmente “seguono” l’utente anche dopo che questo ha abbandonato il sito del brand. Anche i media tradizionali hanno cominciato a sperimentare questo sistema, la tv in primis (Sky è un esempio di successo) e si attendono grandi novità per l’anno appena iniziato.

Social Customer Service h24

E’ un trend già in atto da tempo ma tutto fa pensare che sia destinato a perdurare e, anzi, ad affermarsi ancora di più nell’anno a venire. La capacità di essere veloci e tempestivi sarà cruciale nell’interazione con il proprio pubblico. Sui social gli utenti non si aspettano solo una risposta ma la pretendono nell’immediato. Anche in questo caso Facebook si è adattato al fenomeno inserendo tra i dati che misurano la performance delle pagine anche il tempo di risposta ai messaggi e ai commenti degli utenti.

Perciò è essenziale monitorare costantemente i propri canali e rispondere il più rapidamente possibile alle richieste dei clienti se si decide di usarli per fornire servizi di assistenza.

Video anzi mini video

A questo breve elenco, che non pretende certamente di essere esaustivo, bisogna aggiungere la crescente rilevanza dei contenuti video (mini video in particolare) che tutte le piattaforme social (Facebook in testa) stanno spingendo ultimamente. Le ultime notizie vedono, infatti, il gigante di Zuckerberg impegnato a sperimentare i live video e Twitter che finalmente integra i contenuti live di Periscope direttamente nella timeline.

Di conseguenza le strategie editoriali di brand grandi e piccoli stanno facendo ricorso massiccio agli elementi visual (immagini in primis in quanto meno costose) nella sempre più acerrima lotta alla conquista della visibilità e dell’attenzione dei fan/follower.

leggi l’articolo anche su Ferpi.it http://www.ferpi.it/digitale-e-scenari-futuri/

Facebook vs Periscope: la sfida del video live streaming

Per chiudere l’anno “in bellezza” Facebook lancia l’ennesima novità annunciando l’inizio della fase test per rendere disponibile a tutti gli utenti la funzione di video live streaming ora concessa solo ai VIP. Facebook, così, investe sempre di più nel settore video lanciando la sfida ad app come Meerkat e soprattutto Periscope.

 

Tutti broadcaster

Solo qualche mese fa Facebook aveva introdotto Mentions che consentiva ad un ristretto numero di utenti famosi di girare e postare online video live. Ora annuncia che sta sperimentando questo servizio anche su alcuni utenti negli Usa possessori di iPhone. L’intenzione è chiaramente quella di lanciarsi nel promettente settore del live streaming consentendo a tutti di diventare broadcaster, ovvero, di girare dal vivo e di condividere sul feed video in live streaming. Il test serve a individuare e superare le difficoltà tecniche già emerse, come il rallentamento dello streaming dei video, che si ingigantirebbero nel momento in cui l’oltre 1 miliardo di fan cominciasse a postare video live.

 

Come Funziona

La nuova funzione sarà, come sempre, facile e veloce. Cliccando sulla barra inferiore del proprio status comparirà l’icona ‘live video’, si potrà poi aggiungere una breve descrizione e selezionare con quali amici condividere il video prima di andare live (come su Periscope). Durante il live broadcast si potranno vedere, inoltre, il numero degli spettatori, il loro nome e lo stream dei commenti. Al termine si può decidere se eliminare il video o mantenerlo sulla propria Timeline per consentire anche agli altri amici di visualizzarlo in un secondo momento.

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Perché risulterà vincente

Con questa mossa Facebook lancia la sfida alle app già esistenti quali Meerkat ma soprattutto Periscope che più della prima si è sviluppata divenendo lo strumento principale per fare live streaming tramite app. Tuttavia è molto probabile che il colosso di Zuckerberg vinca la partita grazie ai numeri e alle risorse molto più ingenti su cui può contare. Infatti Twitter non ha saputo, o molto probabilmente, potuto sostenere efficacemente l’app incrementandone la popolarità velocizzando e semplificando le condivisioni dei video sulla timeline. Facebook, invece, punta proprio a rendere la pubblicazione e, quindi, lo sharing veloce e diretto sulla timeline senza dover passare per una app esterna. Oltre a questo il numero enorme dei suoi utenti garantirà una platea vastissima di utilizzatori facendo potenzialmente esplodere la nuova funzione.

La battaglia perciò è agli inizi ma tutto fa pensare che anche il 2016 sarà all’insegna del predominio del gigante Facebook.

Google plus si rinnova e mette al centro gli interessi

Di recente Google ha comunicato tramite il suo blog ufficiale di aver apportato alcune modifiche a Google+, il social network creato nel giugno 2011. Un restyling grafico e funzionale che sposta il focus della piattaforma dalle relazioni sociali agli interessi tornando così agli albori della storia di questi siti.

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Big G non sarebbe il colosso che è se non sapesse che l’ascolto e il monitoraggio del feedback degli utenti sono fondamentali per avere successo. Così il colosso di Mountain View avrebbe deciso, sulla base delle preferenze di utilizzo riscontrate, di aggiornare la piattaforma sia dal punto di vista grafico che funzionale.

 

Collections e Communities per riunire e condividere interessi

Il nuovo Google+ quindi sarà focalizzato intorno alle due features che fino ad oggi hanno avuto più successo sul social network che, nato per rivaleggiare con Facebook, non ha avuto il successo sperato almeno dal punto di vista sociale e relazionale. Entrambe le funzioni, infatti, sono finalizzate ad aiutare le persone a trovare e a condividere contenuti e news su temi e argomenti di interesse e hanno grande successo sulla piattaforma. Collections consente di raccogliere dal punto di vista tematico (politica, sport) i post delle persone che si seguono e rendere pubbliche queste raccolte (in modo simile alle liste di Twitter). Le Communities, che registrano circa 1.2 milioni di nuovi iscritti al giorno, funzionano invece come i forum tematici del primo web (e ancora molto utilizzati dagli appassionati  di settore) a cui è possibile aderire per discutere di argomenti di comune interesse.

Di fatto una scelta che rimanda alla nascita e alla storia stessa dei social networks che si svilupparono dopo il successo delle prime comunità di interesse online che riunivano, cioè, persone diverse in base ad un interesse comune o a una passione condivisa. I siti di social networks, invece, sono comunità egocentriche, dove gli individui sono al centro delle proprie community . Con essi perciò si era passati dalle comunità online interest-driven a siti friend-centered  (boyd &Ellison, 2007). Di recente la tendenza sembra essere tornata verso i primi e si assiste ad una sempre maggiore specializzazione e verticalizzazione di social media e app mobili basati proprio sulle passioni e gli interessi condivisi degli utenti accanto all’inglobamento di funzioni da parte dei big “generalisti”quali Facebook e Google che cercano di rispondere a tutte le esigenze degli individui.

Dal punto di vista grafico, invece, le novità riguardano la schermata iniziale, che viene rinnovata, e una maggiore attenzione alla versione mobile.

AMP e la sfida agli Instant Articles di Facebook

La competizione tra i due colossi web è confermata dall’ultimo progetto presentato in casa Google. Si chiama AMP (Accelerated Mobile Pages) e si propone di rispondere agli ultimi strumenti pensati da Facebook per agevolare gli utenti (giornalisti in particolare) a reperire e a consultare rapidamente fonti e contenuti. Lo strumento di Google agisce in modo simile consentendo una fruizione più immediata, da mobile in particolare, di contenuti giornalistici grazie a tempi di caricamento molto più bassi di quelli attuali. Chi vincerà? Di certo Google ha dalla sua una piattaforma già strutturata ed efficiente (AdSense) che assicura la remunerazione certa dell’advertising e che, anche in questo caso, sta sviluppando soluzioni ad hoc mentre, nel caso di Facebook, non è ancora chiaro come le testate beneficeranno economicamente dal nuovo tool.

Il giornalismo digitale, alla ricerca di un sistema valido di guadagno, guarda per ora con interesse ad entrambe le proposte. Certamente il social è più utilizzato e popolare di quanto sembri. Secondo Global Web Index, infatti, un utente Internet su quattro lo userebbe una volta al mese. Questi dato dimostrerebbe come la piattaforma sia utilizzata anche dai non iscritti aumentando quindi la percentuale di utilizzo (rispetto a quella dei soli registrati) al 23% a livello globale.

Social Customer Care: ancora molto da migliorare

I dati di una recente ricerca dimostrano quanto, ancora, brand e aziende siano in difetto nel rispondere ai quesiti degli utenti. Nonostante la tendenza crescente dei consumatori, quindi, a usare i canali social per interagire con imprese e organizzazioni si registra un forte ritardo nel customer care online.

 

Troppe mancate risposte

Uno studio Sprout Social ha raccolto più di 255 milioni di messaggi di circa 119.000 profili pubblici (66.000 su Fb e 55.000 su Twitter) giungendo a risultati sbalorditivi. Infatti, secondo le statistiche, nell’ultimo trimestre del 2015 oltre l’80% delle richieste degli utenti sono state ignorate. Inoltre il tasso di risposta è diminuito proprio nel periodo pre-festivo e festivo (novembre-dicembre) in cui, invece, sono aumentati i messaggi dei fan/follower (+21% rispetto all’anno precedente). Ciò indica anche una mancata percezione e monitoraggio da parte dei brand dei comportamenti degli utenti e delle loro attese.

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Risposte poco tempestive

Altro dato sconfortante è che coloro che rispondono lo fanno con eccessiva lentezza venendo meno al principio di tempestività che caratterizza la presenza sui social. Si pensi a Facebook che di recente, proprio per accrescere il tasso e tempo di risposta, ha introdotto il simbolo di “elevata reattività dei messaggi” che premia le pagine che rispondono in media in 3 minuti. In altre parole chi frequenta queste piattaforme si aspetta non solo una risposta (prima attesa delusa) ma anche che questa arrivi velocemente. Quest’ultima aspettativa viene delusa allo stesso modo della prima dal momento che secondo lo studio il tempo di risposta medio è di 12 ore!

Su Facebook più richieste, su Twitter più risposte

Dallo studio emerge un altro dato interessante. Infatti sembra che gli utenti tendano ad usare più Facebook (+7%) per inviare le loro richieste ai brand (forse perché più diffuso e soprattutto più popolato da aziende e organizzazioni). Il sorpasso, in particolare, si è registrato nell’ultimo quadrimestre di quest’anno.

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Tuttavia i brand, invece, tendono a rispondere maggiormente su Twitter (+114% rispetto allo scorso anno). Il dato è in crescita anche su Facebook ma con una percentuale minore. Infatti su Twitter il 14% dei messaggi riceve una risposta mentre su Facebook solo il 9%. Ciò può essere dovuto proprio al maggior numero di richieste ricevute su questa piattaforma oppure ad una percezione di maggiore reciprocità su Twitter rispetto a Fb in cui gli utenti sono visti più come una massa.

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Il settore Utilities meglio di tutti

La ricerca, infine, ha redatto una classifica dei brand che hanno risposto più velocemente per settore. Sono le utilities a performare meglio, seguite dal retail, bancario e automobili. Fanalino di coda, invece, per i settori del no profit, salute e media/entertainment.

In conclusione molto ancora resta da fare per allineare le attese degli utenti con le performance dei brand evitando le ovvie ricadute negative sul business dei secondi.

Leggi l’articolo originale su Ferpi.it http://www.ferpi.it/social-customer-care-ancora-molto-da-fare/